

Il mito di Scilla, nel bronzo di un maestro contemporaneo
Da bellissima ninfa a mostro, terrore dei naviganti dello Stretto, questa la metamorfosi fissata in una fotografatissima scultura
Dov'è

Lo spaventoso Stretto di Messina
«Trovarsi tra Scilla e Cariddi!» è un modo di dire forbito per descrivere la situazione in cui ci si trova a passare «dalla padella alla brace», ovvero da uno scampato pericolo ad uno ancora maggiore. Nell'attraversare lo Stretto di Messina gli antichi navigatori sapevano di doversela vedere con due insidie: il tremendo gorgo generato dalle correnti presso la costa siciliana o il funesto promontorio che dirimpetto si sporgeva dalla costa calabrese.
Scilla e Cariddi, i mostri dello stretto
Da ciò la trasposizione mitologica con Cariddi, descritta come un mostro che inghiottiva i malcapitati su una rotta e Scilla che con i suoi famelici tentacoli ghermiva i marinai su quella opposta. Si legge infatti nelle Metamorfosi di Ovidio: «La sponda destra è infestata da Scilla, la manca dall’irrequieta Cariddi: questa inghiotte e rivomita le navi travolte, quell’altra ha un ventre nero circondato di cani feroci, ma viso di vergine e, se non sono tutte invenzioni le cose che ci tramandano i poeti, un giorno fu davvero una fanciulla.» Il mito di Scilla è stato tradotto in parole da tre autori classici – Omero, Virgilio e Ovidio, per l'appunto – dalla cui somma risulta la descrizione più completa delle sue fattezze.
La mostruosa metamorfosi di Scilla
Da bellissima ninfa a mostruosa creatura marina dall'avvenente busto femminile, ma con appendici dalle teste canine e coda da delfino. «Dal mezzo in su la faccia, il collo e ’l petto / ha di donna e di vergine; il restante / d’una pistrice immane, che simíli / a’ delfini ha la coda, ai lupi il ventre.» si legge nell'Eneide. Tutto questo, come conseguenza dell'amore negato all'inquietante Glauco, divinità dalla duplice natura, umana e marina, d'incarnato verdastro vuole il nome, per il tramite della spietata maga Circe, che ne era gelosa.
La statua di Scilla sul belvedere di San Rocco
Orgogliosa del suo simbolo, nel 2013 la città di Scilla ha chiamato a rappresentarlo nel bronzo Francesco Triglia, artista di caratura internazionale, ma fedele alle origini reggine nella scelta di soggetti che rimandano alla Magna Grecia. Lo scultore sembra interpretare Ovidio alla lettera: un corpo in lacerante metamorfosi, un torso femminile inarcato, un braccio riverso per la disperazione, l'altro abbandonato, il metallo che si screpola per la tensione delle mostruose appendici, una delle quali ritorta nella coda cetacea. Collocata opportunamente su un piedistallo, la scultura si staglia oltre il belvedere di San Rocco sullo sfondo del promontorio che di tale leggendaria creatura sarebbe la tana.
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Collezioni
La Mappa ringrazia:
Scilla, dove peschiamo sorrisi – Comune di Scilla – PNRR Ministero della Cultura M1C3, Mis. 2, Inv. 2.1 “Attrattività dei borghi storici” – Finanziato dall’Unione europea, NextGenerationEU – CUP: F79I22000150006 – CIG B8DCA761AB