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I palmenti di Ferruzzano: archeologia del vino

Uno straordinario primato della Valle degli Armeni, nella Calabria ionica

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Dov'è

Calabria

Bosco di Rùdina (S.I.C.), 89030 Ferruzzano RC, Italia (0m s.l.m.)

Indicazioni stradali
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Cosa sono i palmenti e dove si trovano

Come si faceva il vino ai tempi degli antichi Greci e degli antichi Romani? La millenaria storia del vino nell’area del Mediterraneo ha come protagonisti i palmenti, particolari «vasche» scavate nella pietra, utilizzate per pigiare l’uva e raccogliere il mosto. In Calabria, «vigneto d’Italia», se ne trovano molti. In particolare, il territorio del minuscolo borgo di Ferruzzano ne conserva una quantità a dir poco sorprendente: più di 150!

Un po’ di storia: il censimento dei palmenti del prof. Sculli

I palmenti sono testimonianza di civiltà diverse: ellenica, romana, bizantina, armena. Ci aiutano nella datazione i simboli o le croci (giustiniane, bizantine, armene) incise nella pietra. Ce lo spiega con passione contagiosa il prof. Orlando Sculli, autore di un libro prezioso, I palmenti di Ferruzzano (FI, 2002, ed. Palazzo Spinelli), che censisce i palmenti della piccola vallata di Ferruzzano: dalla fiumara di Bruzzano a sud, al torrente Bonamico di Bovalino a nord. Indovinate quanti sono? All’incirca 750!

Come sono fatti i palmenti

I palmenti sono costituiti da due vasche poste ad altezze diverse e comunicanti attraverso una canaletta. La vasca superiore, più grande, si chiama buttiscu e vi si metteva l’uva. Nella vasca inferiore, più piccola, si raccoglieva il mosto: è detta pinàci. Al centro del pinaci una piccola cavità a forma di scodella, il fundéllu, permetteva di recuperare fino all’ultima goccia di mosto. I palmenti si trovano sempre nei pressi di antiche strade selciate, per agevolare i trasporti.

Come si faceva il vino

I grappoli venivano portati al palmento a dorso d’asino oppure dalle donne, in ceste in bilico sulla testa. L’uva veniva riversata nel buttiscu. Si otturava con l’argilla il foro di comunicazione tra le due vasche e si pigiava l’uva a piedi nudi. Mosto e vinacce venivano lasciati a fermentare nella vasca grande per 48 ore. Poi si toglieva il tappo d’argilla e il mosto colava nel pinàci. Infine, le vinacce venivano spinte nella parte superiore della vasca, spesse volte bloccate da una sorta di saracinesca di legno (consu), e spremute per bene con un sistema di pesi. Il mosto veniva versato in otri di pelle di capra, caricato sugli asini e portato nelle cantine. Sappiamo tutto ciò perché questo sistema arcaico è rimasto in uso - seppure sporadicamente - fino agli anni Cinquanta del Novecento.

I palmenti di Ferruzzano

Non potendo citarli tutti, vi invitiamo a scoprire quelli del bosco di Rudina, mimetizzati tra lecci e farnetti. Sono probabilmente di epoca pre-bizantina, ci spiega il professore: lo si capisce dal fatto che i colpi di piccone sono completamente cancellati dal tempo. Il primo che incontriamo ha anche una «conca di libagione», dove venivano fatti sacrifici alle divinità. C’è poi un palmento monumentale, in contrada Suvari, che vi lascerà senza parole. Non tanto per le dimensioni e per i due buttischi, ma per l’affaccio maestoso sul mare di Brancaleone. Orlando li definisce «altari del vino» e la dimensione del sacro qui, in effetti, è quasi tangibile.

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