Ferruzzano, RC  •  14 juil. 2026, 14:48

I fichi secchi nella tradizione calabrese

L’essicazione C’era un’attenzione maniacale per preparare i fichi secchi. Venivano raccolti maturi e stesi ad essiccare sulle «prazzìne». Le più efficaci venivano costruite con steli di ginestra di Spagna oppure con canne intrecciate: le canne venivano colpite sugli internodi con una mazzola di legno, poi aperte con un coltello e infine intrecciate. Le «prazzine» venivano poste sulla «loggia», un’impalcatura costituita da quattro forcine infisse nel terreno tenute assieme da quattro rami diritti, generalmente di frassino. Lì sopra i fichi seccavano. Poi, i migliori venivano infilzati su uno stelo di canna incurvata ad u, chiamato «schiocca», alternativamente uno a destra e uno a sinistra, poi tenuti assieme alla fine dallo «spirùni», ossia un pezzo di canna tagliata a forma di pugnale, con la cima più larga che doveva fungere da tenuta, che veniva conficcato dentro i fichi stretti tra loro, sovrastati da un fico più grande. Dopo tale operazione le «schiocche» di fichi secchi venivano immerse per pochi secondi in acqua bollente perché fossero sterilizzate. Alcune madri di famiglia le infornavano per qualche ora e allora assumevano un colore bruno e i fichi a quel punto sapevano di cotto. I fichi di scarto I fichi in parte danneggiati dai calabroni o dalle vespe, chiamati «pojidia» (gr. apojìdia, ossia fichi di scarto) venivano raccolti a parte, venivano infornati di modo che non andassero a male e d’inverno venivano dati ai maiali o alle capre «casalòre». Le capre «casalòre» erano le capre allevate nell’orto di casa per dare il latte ai bambini, qualora le madri non ne avessero più o qualora la famiglia non possedesse un’asina, che produce un latte simile a quello materno. Fichi alle vacche L’uso più importante dei fichi di scarto era quello di darli alle mucche al tempo dello «sporo» (gr. spòros, semina) alla fine di ottobre e ai primi di novembre. I contadini partivano da casa nell’ora in cui i Vastùna (la costellazione di Orione) erano nella parte più alta del cielo (verso mezzanotte). Quando non li aiutava la luce della luna, portavano con sé le lanterne (i più abbienti) o le «dede» (gr. daìda, fiaccola) o «tede», ricavate dal legno resinoso di pino: venivano rifornite all’area tra Brancaleone e Bianco dagli Africoti. (A margine: la desinenza _ti deriva dal gr. tès, genitivo dell’articolo determinativo che significa «originario di», quindi è più nobile di Africesi, così come Natiloti, Ferruzzanoti, Carraffoti, ecc.) Dall’una all’incirca le mucche venivano alimentate in modo sostanzioso oltre che con il fieno, con i fichi di scarto, con fave già messe in ammollo il giorno prima e con pere secche. Alle 6.30 circa venivano aggiogate per l’immane fatica della semina, specie quando dovevano tirare l’aratro di legno nei terreni argillosi. I fichi secchi in tavola Naturalmente i fichi di prima scelta venivano offerti in momenti e tempi particolari e venivano usati come alimento molto nutritivo. Ricordiamo a tal proposito che nell’antichità facevano parte della dieta degli atleti che si preparavano per le olimpiadi. Venivano immancabilmente usati per preparare l’impasto speciale con cui si infarcivano i dolci natalizi, che assumono nomi diversi in territori diversi: Sammartine, Petrali, ecc. Venivano fatti a pezzettini e poi assieme ad un’equivalente quantità di uva passa venivano messi a cuocere in una grande casseruola assieme a vin cotto, noci o mandorle o, in mancanza di esse, con l’aggiunta di chiodi di garofano e cannella. L’impasto veniva mescolato in continuazione con un cucchiaio di legno, fino a quando non fosse perfettamente amalgamato. #ferruzzano #calabria #fichi Nella foto: fichi di luglio