Motta San Giovanni, RC  •  9 août 2026, 14:11

Frutti dimenticati: Alicante Fimmanella di Egua

Nella pace dei pianori di Egua i fratelli Calabrò avevano costituito un’oasi di biodiversità riferita alle viti più tipiche dello stretto che altrove erano ormai scomparse, ed in aggiunta negli orti estivi ed invernali coltivavano piante tipiche della tradizione di Montebello Jonico di cui sono originari (precisamente di Fossato); addirittura erano stati in possesso dell’ultimo esemplare del Molosso calabrese, che avevano recuperato nella frazione di Embrice; era fulvo, possente, dalla testa molto grande, ma ormai questa razza canina della nostra terra si è estinta, al pari di altre.

Collegandosi alle tradizioni, avevano riproposto nel proprio campo tutte le viti di Egua, che si ricollegavano alle civiltà greche, romane e bizantine.

Si ricorda a tal proposito che in tutto l’altipiano i frammenti di embrici ellenici e romani (tegoloni di 85 cm di altezza x 45 di larghezza che ricoprivano i tetti di templi e di edifici importanti) sono numerosissimi al pari di quelli di dolii (enormi giare di cotto che venivano utilizzare per conservare cereali e liquidi), il che significa che essi erano adoperati per coprire i tetti di edifici notevoli, che potevano essere fattorie preposte alla coltivazione principalmente di vite, tanto più che anche i declivi più ripidi dell’area sono dotati di decine di chilometri di muri a secco (armacìe armacere), che orlavano le fasce (rasule) che ospitavano i vigneti; svariati sono stati i ritrovamenti di contrappesi per presse vinarie romane.

Le varietà prevalenti erano il Nerello, il Nerello guarnacciato, il Nerello guarnacciato gemellato, il Castiglione, le Malvasie, le Inzolie, le Guarnacce, il Cuore di cane, il Giacchè, il Giacchinè, il Bianco tondo, il Petroneri, lo Zibibbo, il Moscatello, l’Alicante, l’Alicante fimmanella e numerosissime altre, ritenute meno rilevanti.

Gli abbinamenti o mescolanze (si chiamano ora con termine inglese blend) erano diversi, ma anche i vini eseguiti in purezza: dal Bianco tondo, per esempio, veniva ricavato un bianco secco da tavola, che diveniva più amabile se le sue uve venivano mescolate con le uve del Moscatello e dell’Inzolia.

Proprio dalle uve del Moscatello e del Bianco tondo, appassite su graticci, veniva ricavato un discreto vino da dessert, mentre dalla mescolanza dei vari Nerelli, con l’aggiunta di piccole quantità di uve di Giacchè e di Giacchinè, indispensabili per dare colore, veniva fuori un rosso decisamente tendente al nero, molto caratterizzato per gli effetti particolari che sapevano d’antico.

Determinante per dotare di effluvi soavi il rosso di Egua, era l’Alicante Femminella, una vite diffusa in tutta l’area dello Stretto da Campo Calabro a Montebello, che sulla costa già ai primi di settembre riusciva a raggiungere i 24 gradi Babo, utile quindi a rafforzare le uve dal tenore zuccherino debole.

In una vigna l’Alicante Femminella è riconoscibile anche d’inverno, quando le viti sono spoglie, per il colore particolare dei tralci, che a lignificazione completa evidenziano delle striature che danno sul giallo, mentre il grappolo risulta compatto e tronco, con gli acini sferici, di un blu intenso, ricchi di pruina.
La buccia delle bacche è molto spessa, premessa indispensabile perché siano ricche di polifenoli e possano scaricare tanto colore nella composizione dei vini a cui sono preposte; l’Alicante Fimmanella era presente nella componente delle uve che davano il Pellaro.

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